Questa immagine: Marley No Dead

Poche volte nella storia della musica si è parlato di artisti assolutamente “controcorrente” come nel caso di
Robert Nesta Marley, conosciuto in tutto il mondo come Bob Marley, l’artista giamaicano nato nel villaggio di Rhoden Hall, vicino a Nine Mile, nella regione di St. Ann’s Bay nel 1945 e morto a Miami nel maggio 1981. Il padre Norval, capitano della Marina d’origini inglesi sposò Cedella Booker, diciottenne giamaicana ripudiata a causa del colore della pelle, motivo di “disonore” per la famiglia perbenista dell’epoca. Cresciuto solo con la madre nella povertà di Trenchtown colonizzata dai “rude boys” afrocaraibici contestatori degli ideali capitalisti, integrati nell’underground tipico della piccola microcriminalità che saranno il karma del movimento “Rasta”, nel 1966 raggiunse gli States e lavorò come operaio alla Chrysler, e come elettricista; si convertì al Rastafarianesimo difendendosi dalle angherie per i pregiudizi sul suo colore di pelle e sulla sua statura, tanto che per le sue insolite energie venne soprannominato “Tuff Gong”. Gli cambiò la vita l’incontro con Neville O’Riley Livingston (Bunny), che gli aprì la mente verso la musica e il canto religioso attraverso una radio di New Orleans che trasmetteva l’r&b di Ray Charles e il rock di sua maestà “Elvis”. Nella miseria Bob Marley imparò a suonare e a costruirsi una chitarra dalla corteccia intagliata di bambù con alcuni fili elettrici per corde. Sperimentatore e innovatore, Bob Marley in una jam session conobbe i suoi punti di riferimento musicali, Joe Higgs e Peter Tosh. Nel 1962 registrò i suoi primi due singoli, “Judge Not e “One Cup of Coffee” e negli anni seguenti suonò nella band skarocksteady dei “The Teenagers” (chiamati poi “The Wailing Rudeboys” e “The Wailing Wailers“). Nel 1974, dopo l’uscita dalla band di Tosh e di Bunny “Wailer”, Marley suonò con molti musicisti e collaborò con gli Upsetters. Marley fu il leader e ispiratore dei Wailers, autore di quasi tutti i loro testi e singoli come “Simmer Down” che diventò il primo grande successo nel 1964, seguito da “Soul Rebel” e “400 Years“. Ebbe undici figli da diverse donne ma la più importante fu Rita, corista delle “Threes”. La tradizione musicale venne trasmessa anche a tre dei suoi figli, David Ziggy, Stephen e Damian, nella band “Melody Makers”. Aderì al movimento rastafariano tenendo i capelli attorcigliati nei “dreadlock” e tra il 1968 e il 1972Londra cercò fortuna esportando il sound dei Wailers e pubblicando “Catch a fire” nel 1973 riscosse il successo internazionale confermato da “Burnin” con le hit “Get Up”- “Stand Up”-“I Shot the Sheriff” (cover lanciata internazionalmente da Eric Clapton). I Wailers si sciolsero nel 1974 ma Marley continuò con i fratelli Barrett finché arrivò il successo vero del 1975 con “No Woman, No Cry” dall’album “Natty Dread” seguito dopo da “Rastaman Vibration”. Restò ferito in un attentato pochi giorni prima del live “Smile Jamaica” pacificatore per la politica giamaicana ma contestato per la presenza del ministro Manley. Nonostante forte dei suoi ideali e della sua musica, Bob Marley si esibì comunque e dichiarò “Le persone che cercano di far diventare peggiore questo mondo non si concedono un giorno libero… Come potrei farlo io?!”.

Bob Marley continuò ad impegnarsi e registrò “Exodus” e “Kaya” che portarono al successo canzoni come “Jammin” – “One Love” – “Three little birds” – “Waiting In Vain” – “Exodus” (canzone solo con l’accordo del “la #”. Genio e controcorrente a tutti i costi, rifiutò persino di curarsi dal cancro, ma nonostante tutto arrivò a concludere il tour europeo suonando a Milano e a Torino il 27/28 giugno 1980, tornò negli States a cantare al Madison Square Garden di New York ma si sentì male, riuscì solo a terminare con il live allo Stanley Theater di Pittsburg. Il tumore era ormai in fase avanzata e peggiorò fino alla mattina dell’11 maggio 1981, quando morì a soli trentun anni, poco dopo aver confessato al figlio Ziggy Marley: “Money can’t buy life” (“I soldi non possono comprare la vita”).

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Fu sepolto insieme alla sua Gibson Les Paul “Solid Body”, il suo pallone da calcio, una pianta di marijuana e i suoi semi, un anello che indossava ogni giorno e una Bibbia. Un mese dopo i funerali, fu riconosciuto a Bob Marley il “Jamaican Order of Merit”. Nel 1983 viene pubblicato un album postumo “Confrontation” che comprende la celebre “Buffalo Soldier”, nel 1994 viene inserito il suo nome nella “Rock and Roll Hall of Fame”. Nel 2001 Bob Marley è stato insignito del Grammy alla carriera, gli è stato dedicato “Rebel Music” documentario sulla sua vita. Bob Marley una guida spirituale e ogni anno in Giamaica si celebra con una festa nazionale in suo onore. Molte curiosità sulla sua vita le troviamo nel libro di Timothy White “Catch a Fire Bob Marley”, ma certamente interessante è il documentario girato da Kevin Macdonald dal titolo “Marley” uscito il 20 aprile e arriverà nelle sale italiane il 26 giugno distribuito dalla Lucky Red, presentato nella sezione “Special” del 62° Festival del Cinema di Berlino. Originariamente doveva essere realizzato da Martin Scorsese o Jonathan Demme, importante è stato il contributo di chi ha testimoniato il suo ricordo attraverso più di 60 interviste esclusive. Si tratta del primo docu-film approvato dalla famiglia dell’artista, interamente coinvolta nel progetto. Nella sua breve vita Bob Marley ha catalizzato l’attenzione di moltissima gente (e sapeva anche far cadere ai suoi piedi le donne che s’innamoravano della sua timidezza e della sua spontaneità mentre, come un ragazzino, fumava marijuana giocando a calcio) che conferma il suo motto “La mia ricchezza è la vita”. Viveva per la musica non per i soldi, chiamato per questo l’ultimo dei “puri” in grado di scatenare i cuori di milioni di persone con la sua onda energetica. L’anteprima è stata trasmessa contemporaneamente e, per la prima volta in assoluto, in streaming su Facebook! Nei cinema americani pagando 6,99 dollari (devoluti a “Save The Children”).Una novità che segna il passo con i tempi anche il trailer che introduce la sua storia con brevi messaggi alternati a piccoli frame di interviste e immagini di live e momenti privati con i figli: (“You know the name…you’ve heard the music…now discovery the man…behind the legend from the people who knew him best”). Molto interessante è la locandina “alternativa” del film progettata dal designer svedese Viktor Hertz, che si è ispirato all’idea del mosaico pittogramma “trasfigurato” nel volto ritratto in primo piano da Marley, un uomo complesso che avrebbe potuto dare ancora moltissimo alla storia della musica reggae, perché aveva quel sorriso irriverente d’eterno Peter Pan che aleggiava nella dimensione metafisica che gli suggeriva i testi mentre scriveva. E’ stato cantautorechitarrista e attivista. Un genio forse sottovalutato come molti altri che a seguito della loro scomparsa sono diventati “miti”. Infatti nel 2008 è entrato al 19° posto nella lista dei cento migliori artisti del XX° secolo secondo la rivista “Rolling Stone”. Marley aveva il reggae nel sangue e per tutta la vita non ha fatto altro che suonare la sua musica, prima girando il globo con i Wailers e poi da solo come portavoce degli oppressi dalle politiche razziali, si battè per la pace, la libertà, l’uguaglianza, per i diritti degli uomini di colore.