Questa immagine: Le Catacombe di Villagrazia di CariniL’area che ricade nel comprensorio di Carini è stata interessata nel corso dei secoli da dinamiche di popolamento assai articolate.

Ciò si evidenzia infatti a partire dall’età ellenistica fino alla tarda antichità. con le riorganizzazioni  dell’insediamento rurale (fattorie, ville rustiche), la presenza forse di un vicus e almeno  di  una  villa padronale (in contrada S. Nicola), che erano in strette relazione col percorso della costiera via Valeria  e con la viabilità secondaria interna che collegava Panormo e la Conca D’Oro con l’alta valle del  Belice e Lillibeo.

L’Itinerarium Antonii nel pieno V secolo, documenta l’esistenza della via Valeria della statio di Hyccara  con un approdo della costa che è stato identificato presso l’attuale Baglio di Carini, all’altezza di Villagrazia, da dove avevano origine le due varianti parziali dell’arteria,l’una interna (da Lilibeo a  Carini) e l’altra  più marittima loca (da Carini a Trapani).

Il toponimo di Hyccara ricorre in Tucidide (VI,62) per  indicare una città sicana abbandonata con la prima guerra punica il cui sito può essere individuato o in località Monte D’oro di Monte Lepre o anche nell’abitato individuato alle falde del monte Colombina nel territorio di Carini.

Le numerose testimonianze della prima metà imperiale romano rintracciate in località Cupolone e della tarda antichità e dell’alto medioevo documentata in località S. Nicola in aggiunta delle testimonianze delle fonti itineraria ed alle persistenze della rete viaria interna e costiera farebbero ipotizzare uno spostamento a valle (in località San Nicola e Baglio di Carini) dell’insediamento con la statio che avrebbe conservato il  nome più antico di Hyccara.

Nella contrada San Nicola di Carini viene ormai concordemente identificato il nucleo tardo romano, bizantino e medievale dell’insediamento precedentemente la fondazione normanna di Qarinus col castello sull’altare a sud, a controllo della fertile piana che nel medioevo continuerà ad essere  la sede di un insediamento sparso, la terra cui allude il geografo arabo Idrisi quando parla del castello eretto sulla roccia a dominare il territorio e l’approdo che con il conte Ruggero entreranno a far parte della vasta diocesi di Mazara.

Proprio nella contrada S. Nicola, infatti nel 1873 il principe  De Spuches, recuperava un interessante mosaico policromo relativo ad un grande ambiente absidato, la cui funzione è stata a lungo controversa a causa della scarsità dei dati di rinvenimento.

Lo scopritore, seguito dal Salinas, dal Pace e di recente dalla Greco,lo ritenne il pavimento di una basilica paleocristiana; la Camerata Scovazzo,invece tende a considerarlo parte di un pavimentazione di una sontuosa dimora  signorile e pure all’edilizia privata  residenziale del IV secolo si rifanno i confronti che per lo schema compositivo del tappeto carinese, E. Vitale ha rintracciato sia in ambito siciliano,sia ad Aquileia l’attribuzione del mosaico ad un edificio di culto cristiano è stato fortemente sostenute nel passato anche in ragione della scoperta di una catacomba, avvenuta nel 1899 ad opera di A. Salinas nella località  Villagrazia  di Carini  a NE della contrada S. Nicola.

Il cimitero si sviluppava a nord e a sud della strada statale 43, ed era stato tagliato in due parti distinte da una cava di pietra di età moderna.  L’importanza storica della scoperta fu ben chiara al Salinas per la monumentalità delle gallerie e per il gran numero di sepolture che accoglieva, prova inconfutabile della presenza di una comunità cristiana forte e numerosa, che doveva essere distribuita nei vari tipi d’insediamento che caratterizzarono tra l’età costantiniana ed il VI-VIII secolo il territorio della piana di Carini.

Infatti ad una ecclesia Carinensis fu esplicito l’epistola del settembre 595, con la quale Gregorio  Magno affidava al vescovo Bonifatius di Reggio Calabria  la gestione della diocesi di Carini, in stato di decadenza dopo la morte del titolare. Ancora un’epistola gregoriana del 602 menziona Borlarius vescovo di Carini che fu incaricato di soprintendere all’elezione del nuovo presule di Palermo, un vescovo di Carini di nome Giovanni  è presente al sinodo Lateranense del 649 ed un Kostantios episkopos Karines è attestato dal testo greco del concilio di Nicea del 787.

Infine, un falso privilegio di papa Zaccaria del 21 gennaio 749 conferma all’abate di Montecassino Petronace i possedimenti del monastero in Sicilia, uno dei quali ricade nel territorio di Iccara, indicato tra Partinico e Palermo, corrispondenti alle tappe della via Valeria secondo l’Itinerarium Antonini (90,6-93,1), a conferma dell’esatta consistenza della stationes del cursus pubblicus lungo quell’arteria.

Pertanto da un lato le fonti  scritte ed itinerarie, dall’altro, i dati archeologici sono concordi nel disegnare un paesaggio fittamente popolato  in età romana e tardo antica, caratterizzato da un sistema insediativo integrato (fattoria, villa, vicus e statio) distribuito lungo un tracciato viario costiero e interno. La presenza in questa vasta area di una popolazione cristianizzata tra la fine del  IV e il V secolo, di cui sono prova inconfutabile le catacombe di Villagrazia, dovettero suggerire ai pontefici  la creazione di una sede diocesana intermedia, tra quelle più antiche di Panormo e LIlibeo, per far fronte alla necessità connesse alla cura animarum, si tratterebbe ad oggi dell’unico esempio siciliano di diocesi rurale, da porre a confronto con altre due di recente riconosciute in Puglia, la cui localizzazione in siti rurali è conferma della forte vitalità delle campagne nella tarda antichità.

Dopo la scoperta da parte del Salinas segui un lunghissimo periodo di oblio durante il quale le gallerie scoperte vennero riutilizzata come stalle, come rifugio antiareo durante il secondo conflitto mondiale e più recente come fungaia;  finché la depressione della cava moderna di tufo che aveva tagliato in due la catacomba non fu trasformata in discarica e riempita di sfabricidi, facendo perdere le tracce all’ingresso alle gallerie.

Il settore dell’ipogeo che si sviluppa a nord al di sotto della SS 113 che corrisponde ad una parte dell’area indagata dal Salinas, non è stato oggetto di ricerche archeologiche, si è intervenuti invece attraverso un’apertura moderna, nel settore meridionale che è subito apparso pesantemente trasformato nella gallerie I-VI nelle quali tra la fine del XIV e gli inizi del XVII era operativo un impianto per la produzione dello zucchero di canna e diversi documenti d’archivio ne attestano la vitalità.

L’esplorazione è stata concentrata nel lungo asse di percorrenza N-S (G. VII e X) e nei bracci ad esse ortogonali (VIII,IX e XII), e che anche si tratta d’indagine parziali possiamo affermare che questo di Villagrazia di Carini appare oggi come il complesso funerario paleocristiano più vasto della Sicilia occidentale, articolato in ampie gallerie alle cui pareti si aprono in prevalenza arcosoli per bambini.

Molto numerose sono risultate nella G VIII, X e XII le tombe “a mensa” sia per bambini che per adulti  nelle forme a nicchia rettangolari, oppure con la parete di fondo rastremata, che caratterizza soprattutto quelle disposte in pila.

L’analisi strutturale ha dimostrato che in nessun caso queste tombe avevano la chiusura verticale, anzi proprio la presenza nelle G IX di resti d’intonaco di rivestimento della nicchia ha fatto supporre che fossero dotate soltanto della chiusura orizzontale. È così che la catacomba di Villagrazia si inserisce nella tradizione di un modello di sepolture già precedentemente sperimentato nelle catacombe di Roma e del Lazio e rappresenta l’attardamento di questa tipologia in un area periferica della Sicilia.

I rari cubicoli finora intercettati (VIII.19, X.10 e XIII) sono il risultato della trasformazione di preesistenti arcosoli, a conferma che il monumento è stato interessato da più fasi di frequentazione, le quali sembrano obbedire all’esigenza  di nuovi spazi per la propria sepoltura da parte di una comunità cristiana in crescita continua; lo provano le semplici formae sul pavimento delle gallerie, l’ampliamento degli arcosoli fino agli spazi esclusivi dei cubicoli, compresi quelli intercettati nelle G I-VI appannaggio di una committenza di estrazione più elevata. I cubicoli VIII.19 e X.10 ancora in corso d’indagine si caratterizzano per le notevoli dimensioni; essi accolgono alle pareti arcosoli e loculi e sono rischiarati da grandi pozzi di luce autonomi.

L’ambiente VIII.19 si distingue, inoltre per la presenza sulla parete di fondo di una decorazione architettonica, intagliata nella roccia e purtroppo conservatasi solo in parte, che consiste in un architrave che originariamente doveva essere sorretto da due pilastri anche se quello di sinistra risulta oggi non più leggibile essendo stato scalpellato per ricevere un altro arcosolio. La GX si distingue anche per la presenza di alcuni segni incisi.

Sulla fronte dell’arcosolio X.3 è ben leggibile il nesso RE,un monogramma  cristologico è presente fra X.13 e X.14; una serie di incisioni di difficile  interpretazione sono visibili lungo la ghiera dell’arcosolio X.6. E’ ancora troppo presto per definire i limiti cronologici di frequentazione della catacomba, anche se l’analisi strutturale e i pochi materiali finora rinvenuti che riguardano per lo più oggetti di corredo se funzionale (lucerne, soprattutto Africane e forma X e vitree) che rituale (vasellame da mensa) ci autorizzano a proporre l’avanzato IV secolo ed il V, con possibili attarda menti fino al primo VI. L’analisi stratigrafica, inoltre, ha consentito  di riconoscere 4 periodi.

Dai depositi alluvionali   più recenti all’abbandono ed alla distruzione del cimitero fino alla fase di frequentazione. L’arcosolio X.2 merita una particolare considerazione perché risulta indagato e sottoposto ad un radicale intervento di pulizia e di consolidamento della pellicola pittorica, insieme al prelievo accurato di reperti osteologici che sono stati oggetto di un attenta analisi antropologica.

Si Tratta di un arcosolio per bambino ben distinto da altre sepolture presenti alla parete est GX, in prossimità dell’incrocio con la galleria VIII. Una larga fascia rossa sottolinea sulla fronte il perimetro dell’arco a sesto ribassato, che si raccorda con l’incasso per la lastra di chiusura, apprezzabile soprattutto lungo la parete di fondo e l’angolo sud-est.

L’arcosolio originariamente presentava un fitto intreccio di serti floreali rossi e  di ghirlande di foglie frastagliate verdi su un fondo bianco, che partendo da un nodo all’angolo sud-est si sviluppava nelle lunette e nell’intradosso.  In secondo momento l’originaria decorazione della parete di fondo è stata scialbata e sostituita con una lunetta di forma irregolare, delimitata da un sottile fascia rossa, per contenere  la silhonette assai semplificata di un fanciullino in posizione frontale,abbigliato con tunica clavata bianca, lungo fino ai piedi ,ed alicula color ocra.

La testa sferica con i capelli lisci riportati in una corta frangia sulla fronte è lievemente rivolta alla sua sinistra a guardare con grandi occhi circolari l’elegante cavallo bardato, dai tratti estremamente naturalistici , che incede da destra.  Il  fanciullo è intento a tirare con la mano sinistra le briglie e ad incitare con una ferrula nella destra  l’animale che scolpita,con le zampa  destra sollevata dal suolo.

La  scena si svolge in un ambiente agreste caratterizzato da piccoli arbusti, fiorellini rossi e fogliame da un lungo ramo carico di foglie e fiori, che nasce alla sinistra del personaggio e si sviluppa fin sopra il dorso dell’animale, seguendo io profilo interno della lunetta non è da escludere che una così accurata, oltre ad assolvere la funzione decorativa, potesse anche richiamare il giardino fiorito del paradiso.

I caratteri iconografici accomunano l’arcosolio X.2 a quella serie di raffigurazioni funerarie che alludono ai mestieri connessi con la lavorazione della terra e delle attività pastorali, prima fra tutte quella di Agasus  nella catacomba  S. Alessandro al VII miglio della via Nomentana,  uno dei primi espliciti esempi “d’immagine onomastica” che raffigura  il mestiere di ”guardiano di cavalli”, svolto in vita dal defunto.

Va pure ricordato l’epitaffio di Constantius, nel Museo Epigrafico delle catacombe di Domitilla, in cui è ben chiara l’intenzione biografica nella figure dell’uomo,quasi di prospetto che conduce con una ferula nella mano sinistra i due cavalli Barbarius e Germanus.

Ancora al mestiere alludono i due conduttori in corta tunica manicata ed alicula con cappuccio, presenti  con due asini da soma ai lati della porta d’ingresso al cubicolo di Trebo Giusto, nell’ipogeo omonimo. Ma piuttosto che l’esplicitazione di un mestiere, nella pittura dell’arcosolio X.2 sarebbe più logico riconoscere l’intenzione di raffigurare l’attitudine forse più cara al giovanissimo defunto ossia quella di trastullarsi con il suo cavallo e di fissare l’immagine con toni vivaci in un ambiente ideale, paradisiaco.

In questa interpretazione ci confortano anche i risultati della ricerca antropologica  dalla quale emerge che l’arcosolio, pur essendo monosomo ha accolto al suo interno ben nove infanti , e tra questi un bambino di 4-5 anni ( il 3 individuo), che è risultato deposto in un sottile diaframma di terra che lo separava dalle prime inumazioni e che conteneva resti della precedente decorazione pittorica della lunetta in rosso   e verde.

Tutti i dati ci suggeriscono di riconoscere proprio questo bambino di 4-5 anni nell’immagine del fanciullo al cavallo che intorno alla fine del IV secolo sostituì la decorazione più antica dell’arcosolio.